Come scegliere uno psicologo o uno psicoterapeuta

Ti dicono “dovresti farti aiutare”, e poi ti lasciano davanti a un elenco di nomi, di sigle e di orientamenti, senza nessun criterio per scegliere. Quindi: come si sceglie uno psicologo o uno psicoterapeuta?

Proviamo a capirlo insieme.

Chi fa cosa

Tre figure vengono confuse di continuo, e la differenza è concreta.

Lo psicologo è laureato in psicologia, ha fatto un tirocinio ed è iscritto all’albo. Può fare colloqui, valutazioni, sostegno, percorsi psicologici.

Lo psicoterapeuta è uno psicologo (o un medico) che dopo la laurea ha fatto una scuola di specializzazione di almeno quattro anni. È la figura che conduce psicoterapie vere e proprie.

Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria, e può prescrivere farmaci. Alcuni psichiatri sono anche psicoterapeuti, altri no.

La prima cosa da fare, sempre, è la più banale: verificare l’iscrizione all’albo. È pubblica, si controlla in due minuti sul sito dell’Ordine degli Psicologi, e mette al riparo da una quantità sorprendente di figure che usano titoli simili senza averne nessuno.

L’orientamento conta meno di quanto pensi

Sui siti trovi sigle: cognitivo-comportamentale, sistemico-relazionale, psicodinamico, strategico e altre.

Sono differenze reali e a me interessano molto, perché orientano il modo in cui si guarda al problema, e quindi come ci si lavora, ma per chi sta scegliendo valgono meno di quanto sembri, per una ragione documentata da decenni di ricerca: tra gli approcci strutturati le differenze di efficacia complessiva sono modeste, mentre uno dei predittori più robusti del risultato è la qualità della relazione tra voi e il terapeuta.

Tradotto: conta molto di più che tu ti trovi bene con quella persona di quale scuola abbia frequentato.

Due eccezioni utili. Per alcuni problemi specifici esistono trattamenti di prima scelta con prove solide alle spalle, per esempio nel panico, nelle fobie, nel disturbo ossessivo e nell’insonnia. In quei casi vale la pena chiedere esplicitamente se il professionista lavora con quegli strumenti o su quei temi. E se il problema riguarda un bambino, un adolescente, una coppia o una famiglia, ha senso cercare chi lavora con quelle età e quelle relazioni.

I primi colloqui sono anche i tuoi

C’è un equivoco molto diffuso: che i primi incontri servano al terapeuta per valutare te.

Questo è vero. È altrettanto vero però che servono anche a te per valutare lei/lui. È una decisione che stai prendendo, e hai il diritto di prenderla informato.

Domande legittime da fare nel primo colloquio, senza nessun imbarazzo:

  • Cosa succede in una seduta?
  • Ha esperienza con situazioni come la mia?
  • Ogni quanto ci vedremo, e quanto costa?
  • Come capiremo se sta funzionando?
  • Quanto potrebbe durare, indicativamente?

Un professionista serio risponde volentieri a tutte. Se una domanda sui tempi o sui costi mette a disagio, l’informazione che ne ricavi è già preziosa.

E poi c’è il criterio che conta più di tutti, e che si valuta solo stando nella stanza: in quello studio ti senti abbastanza al sicuro da dire cose che non dici altrove? Non servono simpatia né affinità caratteriale. Serve che tu possa parlare senza doverti proteggere. Potrebbe volerci qualche incontro per capirlo, ma vale la pena prendersi quel tempo per ascoltarsi e capirlo.

Cambiare si può

Se dopo tre o quattro incontri ti accorgi che non ti trovi, puoi dirlo e puoi andartene. Non è una scortesia e non è un fallimento: è un’informazione, e capita a tutti i professionisti. Ci si confronta e si cerca di capire insieme cosa sta succedendo e come ci si può muovere.

L’unica accortezza è distinguere due cose diverse. Una è non trovarsi con quella persona. L’altra è la fatica che a un certo punto arriva sempre, quando si tocca il punto che fa male: in quel momento tutti pensano di voler smettere, ed è esattamente il momento in cui conviene dirlo in seduta invece di sparire.

Se stai pensando di interrompere, la mossa migliore è portarlo lì: “sto pensando di smettere”. È spesso una delle sedute più utili di tutto il percorso.

Come si capisce che funziona

Non dal fatto che esci contento ogni volta. Alcune sedute lasciano leggeri, altre lasciano scossi, e non c’è correlazione tra le due cose e il risultato finale.

I segnali attendibili sono più laterali e arrivano in settimane, non in giorni:

  • Ti capita di ricordarti una frase detta in seduta mentre sei in coda al supermercato.
  • Reagisci diversamente in una situazione in cui reagivi sempre uguale.
  • Qualcuno che ti conosce nota qualcosa prima che te ne accorga tu.
  • Riesci a dire in seduta cose che il mese scorso non avresti detto.

Se invece dopo qualche mese non è cambiato niente, né dentro né fuori, è una cosa da mettere sul tavolo apertamente. Un percorso che non si muove va discusso, non sopportato, ed è utilissimo al/alla terapeuta comprenderlo e lavorarci insieme.

Sui costi

È l’ostacolo più concreto e va detto senza girarci intorno: la psicoterapia privata costa, e la frequenza incide. Non è un tabù chiedere il prezzo, è segno di un ragionamento ponderato e legittimo. Vale la pena informarsi prima di concludere che non è alla propria portata.

Un punto da cui iniziare

Se ci stai pensando da un po’, fai una cosa sola: individua due o tre nomi, verifica che siano all’albo, e chiedi un primo colloquio. Poi ascoltati: il primo colloquio non impegna a niente, ma è uno strumento essenziale per capire se chi hai di fronte potrebbe davvero aiutarti. È l’unico passo che devi fare adesso.

Se vuoi parlarne con me, ricevo su appuntamento nel mio studio in Via Ghislandi/Passaggio del Calepino n.4, 24125 Bergamo, e lavoro anche online in videochiamata. Puoi scrivermi un messaggio a darostania@gmail.com o al 328 465 5918.