Buona domenica!
Fai un piccolo esperimento mentale. Un’amica cara ti chiama: ha sbagliato qualcosa di importante, è a pezzi. Cosa le dici? Probabilmente qualcosa come: “capita a tutti, sei umana, vediamo come rimediare”. Ora la domanda scomoda: quando a sbagliare sei tu, ti parli così? O parte il tribunale interiore — “sei la solita, dovevi pensarci prima, non impari mai”?
Questa differenza di trattamento ha un nome: mancanza di autocompassione. E attenzione a un equivoco comune: la self-compassion (ne ha scritto molto la psicologa Kristin Neff) non è autoindulgenza, né “volersi bene” a parole. È trattarsi, nei momenti difficili, con la stessa gentilezza concreta che riserviamo a chi amiamo. E la ricerca dice una cosa controintuitiva: chi si tratta con gentilezza non diventa pigro — diventa più capace di riconoscere gli errori e di ripartire, proprio perché sbagliare non è più una condanna.
🌱 L’esperienza della settimana
La prossima volta che ti accorgi del tribunale interiore in azione, fermati e prova questi tre passi (bastano trenta secondi): 1) nomina ciò che provi — “questo è un momento di difficoltà”; 2) ricordati che è umano — “non sono l’unica persona al mondo a cui succede”; 3) rivolgiti una frase che diresti a un’amica — magari accompagnandola con una mano sul cuore, se non ti sembra troppo strano (il corpo capisce i gesti prima delle parole).
Una domanda per la settimana: come cambierebbe la mia giornata se mi parlassi come parlo a chi amo?
A domenica prossima,
un caro saluto 🌼


Rispondi