Buona domenica!

Oggi voglio raccontarti una storia. Comincia così:

“È così maturo per la sua età.”

“Con lui non ho mai avuto preoccupazioni.”

“È bravissima, come non averla.”

Immagina queste frasi dette con affetto e con orgoglio. Ripetute ai pranzi di famiglia e nei ristoranti con gli amici per anni: suona familiare? Se è così, probabilmente sei diventato un adulto, che “funziona” benissimo, la persona che tutti chiamano quando c’è un problema. Quindi? Dov’è il problema? Vi dirò, in terapia, chi da piccolo veniva descritto in quel modo paradossalmente arriva proprio con questa domanda: “Non so bene perché sono qui, la mia vita va bene, ma io… Io non sto bene invece, è come se non ci fossi. Forse ho buontempo, come dice mio padre”.

Un ruolo, non un carattere

Forse no. In realtà in psicologia clinica questa esperienza ha un nome: parentificazione. Si verifica quando un bambino assume stabilmente funzioni di cura emotiva o pratica verso chi dovrebbe occuparsi di lui.

Qui è importante il modo in cui la si guarda. Non è una qualità del bambino, e non è nemmeno il risultato di genitori cattivi. È una posizione dentro una dinamica. In ogni famiglia più o meno consapevolmente c’è sempre chi decide, chi fa da pacere, chi protegge chi. Quando un genitore è in difficoltà (per una malattia, una separazione, una fragilità, un lutto non elaborato, …), qualcuno deve reggere il peso, e la posizione vuota viene occupata da chi è disponibile.

Il bambino non sceglie di crescere in fretta. Occupa la posizione più sensata tra quelle rimaste libere.

Si tratta di una specie di un “patto” implicito: amore in cambio di utilità. È un accordo che nessuno enuncia ma che tutti rispettano, e che si mantiene non perché qualcuno lo imponga ma perché ogni giorno lo conferma. Il bambino si accorge che se la mamma o il papà sono stanchi e quindi irritabili? Basta non dare problemi, non avere bisogni: loro si rilassano, l’atmosfera in casa migliora, tutti stanno meglio. Il comportamento viene rinforzato dai suoi effetti immediati, e la regola si scrive da sola, un episodio alla volta.

Chi ha occupato quel ruolo di solito sviluppa una sensibilità fuori scala verso gli stati d’animo altrui: coglie un cambio di tono prima ancora che la persona parli. È una competenza reale, ed è anche il motivo per cui tante di queste persone finiscono per fare lavori di cura, e li fanno bene.

Quindi dove sta il problema? Se leggete un po’ di testi su questo tema, probabilmente sentirete parlare di una sorta di “Falso Sé”: viene descritto come una maschera che copre un Sé autentico rimasto intatto da qualche parte sotto, in attesa di essere liberato. Ma abbiamo detto che quella competenza è reale: vuol dire che facciamo finta? Certo che no! Ma forse la verità è che semplicemente ci sono modi di stare in relazione che abbiamo praticato moltissimo, e altri che non abbiamo praticato quasi mai. Il costo non è nella competenza, è nella sua unidirezionalità: un radar sempre puntato verso l’esterno, che non è mai stato orientato verso chi lo porta.

La differenza è pratica, non filosofica. Se il vero me è sepolto, il lavoro è di scavo: capire, ricostruire, arrivare in fondo. Se invece si tratta di un repertorio sbilanciato, il lavoro è di sperimentazione: si costruiscono adesso, in relazioni nuove, i modi che non hanno mai avuto spazio. Si reindirizza il radar. Facile? No. Fattibile? Sì, certo.

Un punto da cui iniziare

Se ti riconosci in tutto questo, la domanda da cui partire non è “cosa mi hanno fatto”. Piuttosto ti propongo una domanda meno accusatoria e più utile: quale posizione ho occupato, in quella casa, e cosa teneva in piedi?

Nominare la posizione non serve a stabilire colpe. Serve a ricordare una cosa che quasi tutti, in questa situazione, hanno perso di vista: non eri fatto così. Stavi facendo un lavoro. E a volte nella vita ci si può anche licenziare.

A domenica prossima,
un caro saluto 🌼


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