Troppo perfetti

Amiamo la perfezione, perché non la possiamo avere; la rifiuteremmo, se ce l’avessimo. Il perfetto è il disumano, perché l’umano è imperfetto.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982

perfezionismo

Ti è mai capitato di fare e rifare la stessa cosa finché non veniva esattamente come la volevi in ogni minimo dettaglio? Di tormentarti immaginando la brutta figura e la delusione che proverebbero colleghi e familiari se fallissi in un progetto? Di tenerci così tanto da farti paralizzare dall’ansia?

In un mondo iper-competitivo come il nostro, in cui fin dalla prima infanzia la buona performance e l’aspettativa di successo si misurano come un tempo i progressi dell’altezza sugli stipiti delle porte, è comprensibile che si dia molto valore a un buon livello di rendimento. Gli standard attesi si alzano sempre di più e si estendono a macchia d’olio: essere perfetti quando in gioco ci sono obiettivi di vita fondamentali diventa essere perfetti come obiettivo fondamentale in sé.

Il perfezionismo insomma si trasforma in una trappola quando finiamo per pretendere regolarmente da noi stessi o dagli altri più del necessario, criticando eccessivamente ogni più piccolo difetto. Da quel momento, l’impegno che era nato come spinta propulsiva alla propria realizzazione diventa eccessivo, invalidante, un limite. Come mai? Perché pretendere da se stessi la perfezione significa vivere in perpetua ansia da prestazione, in cui ogni traguardo raggiunto non è un ostacolo superato con successo, ma una tragedia semplicemente differita nel tempo.

Pericolo scampato anche questa volta insomma? Non proprio. Ricerche recenti dimostrano che lo stress da perfezionismo porta al burnout sia lavorativo che scolastico e soprattutto, paradossalmente, a performance più basse. Sorpreso? Prova a pensarci. A volte si è così preoccupati di andare bene a un esame, che si è troppo in ansia per studiare, ci si distrae, il lavoro diventa disorganizzato e superficiale, e quindi l’esito ne risente. Come è possibile? Di fatto ciò che accade è che perdiamo di vista l’obiettivo in sé, e il nostro nuovo obiettivo diventa evitare la rovina. D’altra parte, più facciamo bene le cose, e più gli altri si aspetteranno una buona performance, più quindi ci immaginiamo di avere da perdere qualora non si raggiungessimo le aspettative. Insomma, più è alto il piedistallo, più è rovinosa la caduta, anche se il piedistallo lo abbiamo costruito noi.

Quindi, per dirla con Paul Watzlawick, come fanno i perfezionisti a rendersi infelici? La ricetta secondo Hewitt e Flett è presto detta:

  • Aspettarsi l’impossibile da se stessi e, pur sapendo che è impossibile, chiedersi di ottenerlo. Quando non ci si riesce, dubitare di se stessi e delle proprie capacità in assoluto;
  • Quando si sbaglia, non pensare ad altro che ai propri errori;
  • Pensare che se si sbaglia, gli altri non ti stimeranno più: per essere accettati serve essere sempre più bravi, sempre più perfetti;
  • Credere che se non sei il migliore, allora sei un totale fallimento;
  • Tormentarsi al pensiero di non aver fatto abbastanza bene le cose;
  • Credere che gli altri si aspettino moltissimo da noi;
  • Tormentarsi per qualunque critica

Che fare quindi quando ci si rende conto che il bilancio costo-benefici fa pendere la bilancia decisamente dalla parte dei costi?

5534003731_99ee248464_bAlcuni autori suggeriscono di partire proprio da una lista di pro e contro del proprio perfezionismo per riconoscerlo come un problema. Se sei un perfezionista probabilmente questo metodo potrebbe piacerti, perché non c’è niente di più rassicurante di una lista da spuntare per sentire di fare bene le cose, compresa la valutazione di quanto ci teniamo a farle bene. D’altra parte, se è davvero un problema, è probabile che tu ci sia già arrivato. I compiti che svolgi saranno anche perfetti infatti, ma ormai hanno colonizzato la gran parte delle tua vita penalizzando spesso passioni e vita sociale.

 Che cosa fare, quindi? Se vuoi scoprire tre modi per sfidare il perfezionismo, segui il video:

Per saperne di più:

  1. Andrew P. Hill (York St John University, UK), Thomas Curran (University of Bath, UK), “Multidimensional Perfectionism and Burnout – A Meta-Analysis”, in Personality and social psychology Review, 31 luglio 2015
  2. Paul Watzlawick, “Istruzioni per rendersi infelici”, 1997, Feltrinelli ed.

dr.ssa Tania Da Ros – psicologa, psicoterapeuta, ipnotista clinica a Bergamo

 

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