Mio figlio non comunica

“Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali.” 
William Hodding Carter II

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Nonostante uno dei principali assiomi della comunicazione sia che è impossibile non comunicare, c’è da credere che un adolescente faccia del suo meglio per provare il contrario. Chiudersi in camera, rimanere in silenzio a chattare al cellulare o al computer, o rispondere a monosillabi giusto per tenere buoni i genitori sono in effetti strategie per comunicare che… non si vuole comunicare. Crescendo la necessità di spazi di autonomia cresce, così come il risentimento di dover ancora dipendere da decisioni altrui per le proprie scelte.

Se da ragazzini ci si sentiva i depositari dei segreti e delle confidenze dei nostri figli, ora che sono cresciuti a volte si ha la sensazione di vivere con degli estranei. Al di là del colpo che questo infligge all’autostima dei genitori, la questione è tutt’altro che futile: crescendo, i ragazzi hanno bisogno di sperimentarsi nel mondo, di scoprire se stessi mettendosi alla prova, anche sfidando le regole precostituite. È un equilibrio delicato, perché anche se in teoria è una premessa ovvia, in realtà non è sempre facile capire come fare a tenere le linee di comunicazione aperte e a proteggerli senza essere invadenti.

La prima cosa da ricordare è che comunicazione e controllo sono due cose molto diverse. L’idea è infatti di sollecitare progressivamente una maggiore responsabilizzazione mantenendo il rispetto della privacy senza la necessità del segreto né della confessione obbligatoria. Quando questo accade, le ricerche dimostrano che i ragazzi  consumano meno sostanze psicotrope, soffrono meno di ansia o depressione, e hanno una maggiore autostima.

MadreAdolescente

Come fare, quindi? Ecco tre principi guida che potrebbero aiutare:

  1. Ricordati che tuo figlio è una persona separata e distinta da te. Questo significa che può capitare che abbia valori, pensieri, credo politico-religiosi, prospettive diverse da quelle dei genitori. È necessario che impariamo ad accettare che avere idee diverse può essere un valore: non serve concordare su tutto per mantenere un buon livello di rispetto reciproco, anzi: una prima basilare forma di rispetto consiste proprio nell’accettarsi come diversi gli uni dagli altri.
  2. Mostrati interessato a ciò che lo interessa. A volte nella vita quotidiana si finisce per rinchiudersi in continui ping pong verbali su chi ha lasciato la luce accesa, sulla necessità di riordinare la camera, sui voti che non migliorano. Questi repertori a un certo punto prendono il sopravvento su tutte le conversazioni, lasciando spazio a poco altro, sicché parlare gli uni con gli altri diventa di fatto solamente discutere: è chiaro che si preferisce evitarsi! Se si manifesta genuina curiosità verso i loro gusti, le loro motivazioni e ciò che per loro è importante, la comunicazione può fluire molto più morbidamente, soprattutto quando non viene percepita come un tentativo di controllo o di giudizio, oppure come una strategia per riempire la nostra vita attraverso di loro.
  3. Quando hai torto, chiedi scusa. Non possiamo pretendere che i nostri figli facciano con noi ciò che di fatto noi per primi non siamo disposti a fare. Per fortuna per essere buoni genitori non abbiamo bisogno di essere perfetti: qualche errore o mancanza può capitare a tutti. Quando ciò accade, è importante riconoscerlo e impegnarsi a fare diversamente. In fondo, i figli imparano più da ciò che facciamo che da ciò che diciamo.

Dr.ssa Tania Da Ros, psicologa, psicoterapeuta, ipnotista clinica a Bergamo

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